In ottobre sono stata ferma una decina di giorni. Tornando in sella, la prima sensazione è stata "ma ho la corona piccola?", invece no, ma le gambe giravano come se pedalare fosse la cosa più naturale del mondo.
Mi sono tornati in mente vari momenti del mio rapporto con le due ruote.
Da piccoli io e mio fratello continuavamo ad andare su e giù per la stradina da nonno Ermanno: mi hanno raccontato che una volta che ha telefonato all'altro nonno, tutto contento dei nipoti, ha detto "l'ei chi che la va come 'l vento".
Quando ero un po' più grande, uno dei giri famigliari standard della domenica, era quello chiamato "giro del Soprasasso", anche se effettivamente non ci si faceva il giro: si andava fino al ponte di Zambana, per la zona industriale di Lavis, si prendeva la stradina sterrata, ora chiusa, che da Zambana Vecchia porta alla discarica, si arrivava fino al ponte di San Giorgio e si tornava a Gardolo passando per Roncafort.
Una volta abbiamo fatto questo giro assieme a degli zii e un cugino. Ma a lui non piaceva andare in bici, si stancava presto, nonostante avesse una bici nuova, color argento e blu, che io guardavo con invidia. A metà giro Francesco si stufa e butta la bici da una parte. Io perplessa e quasi disperata non oso dire niente ma penso "ah se ce l'avessi io la tua bici... cosa te ne fai tu?"
Qualche tempo dopo nonno Vitale voleva regalare a mio fratello la vecchia bici da corsa degli zii, che ormai non veniva più usata da nessuno. Mio fratello non l'ha voluta e mio nonno l'ha regalata a qualcun altro, ma prima sono riuscita a provarla: appoggiata al banco di lavoro nel "volt" del nonno, con la mamma che teneva la bici con una mano e me con l'altra, mi sono seduta sulla sella. Non arrivavo neppure ai pedali, ma già fantasticavo di lunghi giri.
Alle elementari avevo una bici Atala bianca rosa e viola da bambina, ma con il cambio (3 pignoni) migliore di quello di Bruno: avevo perfino la leva sul manubrio!
Quando lui cambiò bici, io presi la sua vecchia: una Ganna variopinta, gialla blu verde rossa con una venatura nera, un po' troppo grande e non scorrevole come la vecchia Atala. Bruno si aspettava che con la bici "nuova" sarei andata come lui, e invece mi sembrava di andare più piano di prima.
Dopo qualche anno però fu la volta dell'Atala blu; anche questa era (ed è) un po' grande ma mi ha portato per anni... ora la usa Bruno per andare al lavoro. Con lei ho iniziato ad andare sulla ciclabile da sola.
Una volta, in inverno, sotto al ponte dei Vodi ho provato a pedalare sul ghiaccio, pensando che fosse neve. Ho fatto un volo e mi sono bagnata i pantaloni (di una vecchia tuta di mio fratello). Chissà se mia mamma l'ha notato, avevo paura che non mi lasciasse più andare in bici d'inverno. Quel giorno c'era anche un uomo vagabondo che camminava sulle "roste", ha visto la scena e chissà se si sarà fatto una risata.
Un bel giorno finalmente Bruno mi propone di andare in salita! E allora via, dopo colazione con una bella tazza di caffèlatte. Ma non l'avevo digerito e dopo mezzo chilometro di salita mi devo fermare a vomitare, sulla curva del Rio Val dell'Asino. Mi dispiace deludere così mio fratello, ho paura che non mi inviti più. Torniamo indietro e facciamo un giro in pianura. Ma il giorno dopo vado, da sola, fino al campo sportivo di Meano: voglio vedere se ce la faccio. Quando lo dico a mio fratello, gli brillano gli occhi e mi invita al prossimo giro.
Andiamo al Lago di Santa Colomba con Giorgio, un amico di Bruno. All'inizio mi sento quasi una zavorra, ma sulle rampe sopra le cave lascio indietro i due omeneti. Giorgio mi guarda e mi fa: "Ma come fai ad andare su?", e io non trovo niente di meglio da dire che "Pedalo...". Mentre li aspetto una macchina si ferma e da dentro chiedono "è qui il lago?", non lo so, non ci sono mai stata. Rispondo "Credo di sì ma non sono sicura" e mi sembra che mi guardino in modo strano quando pronuncio la desinenza. Ho i capelli cortissimi e dubito di sembrare una ragazza!
E poi finalmente la Colnago bianca e azzurra comprata al Mosca il 19 giugno 2000: adesso mi rendo conto che quella bici di seconda mano non valeva un milione, ma all'epoca nemmeno mio papà aveva un'idea dei prezzi. Compro le scarpe e gli attacchi Look... quante cadute in Spagna perché non so sganciarmi al momento giusto! Cadute in partenza se non riesco ad agganciarmi e cadute quando il gruppo improvvisamente frena.
Federico grande fa qualche considerazione su "Ester e la sua bella biciclettina", mi sento quasi una professionista.
L'anno dopo sulla Futa: "Adesso sì che è bello, in pianura era noioso!" e lui che è un passista si trattiene dall'imprecare.
Poi iniziano i giri con Laura, sempre su per la val di Cembra. Una volta andiamo a Pinè da Sover e lei vuole quasi abbandonare la biciclettata perché ha paura delle salite dure. Mi rendo conto che si è quasi arrabbiata con me, devo stare attenta a dove la porto!
Invece poi si va a Parigi, la tappa più dura è quella per Bardonecchia. Inizia con dei saliscendi su cui faccio la bulla e spingo la ragazza bolzanina che non ce la fa. Poi pago lo sforzo sulla salita lunga, ma Laura mi aspetta e in cima alziamo le braccia insieme come se avessimo vinto. Alla fine della tappa ho la mia prima e ultima (spero) crisi di fame.
La cartolina perfetta da Parigi: "Veni, vidi, in bici".
A Tubinga dallo Hausmeister compro la Giant rossa, piccola e pesante. Sono un po' indecisa perché mi sembra corta e chiedo il parere di Pietro: mai supporre che qualcuno ne sappia più di te se non hai elementi validi per pensarlo.
Dopo un po' mi viene il dubbio che lo Hausmeister sia un ricettatore di bici rubate: mi pento di aver comprato da lui, ma gli concedo un'attenuante: la cura e con cui ripara le bici scassate.
Dopo quasi due anni metto un annuncio per vendere la Giant; l'americano che la prende è sopreso dal prezzo basso e dice "Für meine Frau".
A novembre 2008 mi guardo in giro per una bici nuova: dal Conta scovo una Specialized bianca tigrata di rosso. La provo in salita e mi sembra che vada da sola! Non posso resistere. Sulla Colnago metto il manubrio dritto, e la uso per andare in città. Finché il 14 luglio 2009, dopo la grigliata in facoltà, Vale insiste per portarmi a casa. Torno il giorno dopo a cercare la mia bici dove l'avevo parcheggiata, ma non c'è più. Il carabiniere dice che ne hanno rubata una anche al suo collega fuori dalla caserma in pausa pranzo. A posto!
Una zia mi presta la sua city bike Paxson, ma non riesco ad abituarmici, e alla fine mi decido a cercare una nuova bici. A settembre ci sono gli incentivi ma non ne approfitto perché trovo un trattore: una vecchia mountain bike Scott brutta ma comodissima.
Quest'anno Bruno mi convince ad andare con i suoi amici: io e un gruppetto di baldi giovani che mi staccano a ogni salita. Ogni sabato mattina si va a fare un giro diverso, all'inizio "ghè anca la dona" ma poi mi guadagno il rispetto quando inizio a staccare qualcuno. Matteo la prende un po' troppo sul serio e mi spiega le tattiche e dove stare per fare meno fatica quando si è a ruota. Si vede che fa l'allenatore! Mi propone di mettere la compatta, la prendo e in effetti in salita si sente la differenza! In pianura però manca qualche rapporto duro.
Poi iniziano a ricamare un po' troppo: in cima al passo Sommo, aspettando Stefano, Flavio mi sussurra: "Un'altra vittima". Loris dice che durante l'estate siamo rimasti sempre in meno, perché chi stava dietro a me preferiva ritirarsi.
Non vedo l'ora di salire di nuovo in sella!
Mi sono tornati in mente vari momenti del mio rapporto con le due ruote.
Da piccoli io e mio fratello continuavamo ad andare su e giù per la stradina da nonno Ermanno: mi hanno raccontato che una volta che ha telefonato all'altro nonno, tutto contento dei nipoti, ha detto "l'ei chi che la va come 'l vento".
Quando ero un po' più grande, uno dei giri famigliari standard della domenica, era quello chiamato "giro del Soprasasso", anche se effettivamente non ci si faceva il giro: si andava fino al ponte di Zambana, per la zona industriale di Lavis, si prendeva la stradina sterrata, ora chiusa, che da Zambana Vecchia porta alla discarica, si arrivava fino al ponte di San Giorgio e si tornava a Gardolo passando per Roncafort.
Una volta abbiamo fatto questo giro assieme a degli zii e un cugino. Ma a lui non piaceva andare in bici, si stancava presto, nonostante avesse una bici nuova, color argento e blu, che io guardavo con invidia. A metà giro Francesco si stufa e butta la bici da una parte. Io perplessa e quasi disperata non oso dire niente ma penso "ah se ce l'avessi io la tua bici... cosa te ne fai tu?"
Qualche tempo dopo nonno Vitale voleva regalare a mio fratello la vecchia bici da corsa degli zii, che ormai non veniva più usata da nessuno. Mio fratello non l'ha voluta e mio nonno l'ha regalata a qualcun altro, ma prima sono riuscita a provarla: appoggiata al banco di lavoro nel "volt" del nonno, con la mamma che teneva la bici con una mano e me con l'altra, mi sono seduta sulla sella. Non arrivavo neppure ai pedali, ma già fantasticavo di lunghi giri.
Alle elementari avevo una bici Atala bianca rosa e viola da bambina, ma con il cambio (3 pignoni) migliore di quello di Bruno: avevo perfino la leva sul manubrio!
Quando lui cambiò bici, io presi la sua vecchia: una Ganna variopinta, gialla blu verde rossa con una venatura nera, un po' troppo grande e non scorrevole come la vecchia Atala. Bruno si aspettava che con la bici "nuova" sarei andata come lui, e invece mi sembrava di andare più piano di prima.
Dopo qualche anno però fu la volta dell'Atala blu; anche questa era (ed è) un po' grande ma mi ha portato per anni... ora la usa Bruno per andare al lavoro. Con lei ho iniziato ad andare sulla ciclabile da sola.
Una volta, in inverno, sotto al ponte dei Vodi ho provato a pedalare sul ghiaccio, pensando che fosse neve. Ho fatto un volo e mi sono bagnata i pantaloni (di una vecchia tuta di mio fratello). Chissà se mia mamma l'ha notato, avevo paura che non mi lasciasse più andare in bici d'inverno. Quel giorno c'era anche un uomo vagabondo che camminava sulle "roste", ha visto la scena e chissà se si sarà fatto una risata.
Un bel giorno finalmente Bruno mi propone di andare in salita! E allora via, dopo colazione con una bella tazza di caffèlatte. Ma non l'avevo digerito e dopo mezzo chilometro di salita mi devo fermare a vomitare, sulla curva del Rio Val dell'Asino. Mi dispiace deludere così mio fratello, ho paura che non mi inviti più. Torniamo indietro e facciamo un giro in pianura. Ma il giorno dopo vado, da sola, fino al campo sportivo di Meano: voglio vedere se ce la faccio. Quando lo dico a mio fratello, gli brillano gli occhi e mi invita al prossimo giro.
Andiamo al Lago di Santa Colomba con Giorgio, un amico di Bruno. All'inizio mi sento quasi una zavorra, ma sulle rampe sopra le cave lascio indietro i due omeneti. Giorgio mi guarda e mi fa: "Ma come fai ad andare su?", e io non trovo niente di meglio da dire che "Pedalo...". Mentre li aspetto una macchina si ferma e da dentro chiedono "è qui il lago?", non lo so, non ci sono mai stata. Rispondo "Credo di sì ma non sono sicura" e mi sembra che mi guardino in modo strano quando pronuncio la desinenza. Ho i capelli cortissimi e dubito di sembrare una ragazza!
E poi finalmente la Colnago bianca e azzurra comprata al Mosca il 19 giugno 2000: adesso mi rendo conto che quella bici di seconda mano non valeva un milione, ma all'epoca nemmeno mio papà aveva un'idea dei prezzi. Compro le scarpe e gli attacchi Look... quante cadute in Spagna perché non so sganciarmi al momento giusto! Cadute in partenza se non riesco ad agganciarmi e cadute quando il gruppo improvvisamente frena.
Federico grande fa qualche considerazione su "Ester e la sua bella biciclettina", mi sento quasi una professionista.
L'anno dopo sulla Futa: "Adesso sì che è bello, in pianura era noioso!" e lui che è un passista si trattiene dall'imprecare.
Poi iniziano i giri con Laura, sempre su per la val di Cembra. Una volta andiamo a Pinè da Sover e lei vuole quasi abbandonare la biciclettata perché ha paura delle salite dure. Mi rendo conto che si è quasi arrabbiata con me, devo stare attenta a dove la porto!
Invece poi si va a Parigi, la tappa più dura è quella per Bardonecchia. Inizia con dei saliscendi su cui faccio la bulla e spingo la ragazza bolzanina che non ce la fa. Poi pago lo sforzo sulla salita lunga, ma Laura mi aspetta e in cima alziamo le braccia insieme come se avessimo vinto. Alla fine della tappa ho la mia prima e ultima (spero) crisi di fame.
La cartolina perfetta da Parigi: "Veni, vidi, in bici".
A Tubinga dallo Hausmeister compro la Giant rossa, piccola e pesante. Sono un po' indecisa perché mi sembra corta e chiedo il parere di Pietro: mai supporre che qualcuno ne sappia più di te se non hai elementi validi per pensarlo.
Dopo un po' mi viene il dubbio che lo Hausmeister sia un ricettatore di bici rubate: mi pento di aver comprato da lui, ma gli concedo un'attenuante: la cura e con cui ripara le bici scassate.
Dopo quasi due anni metto un annuncio per vendere la Giant; l'americano che la prende è sopreso dal prezzo basso e dice "Für meine Frau".
A novembre 2008 mi guardo in giro per una bici nuova: dal Conta scovo una Specialized bianca tigrata di rosso. La provo in salita e mi sembra che vada da sola! Non posso resistere. Sulla Colnago metto il manubrio dritto, e la uso per andare in città. Finché il 14 luglio 2009, dopo la grigliata in facoltà, Vale insiste per portarmi a casa. Torno il giorno dopo a cercare la mia bici dove l'avevo parcheggiata, ma non c'è più. Il carabiniere dice che ne hanno rubata una anche al suo collega fuori dalla caserma in pausa pranzo. A posto!
Una zia mi presta la sua city bike Paxson, ma non riesco ad abituarmici, e alla fine mi decido a cercare una nuova bici. A settembre ci sono gli incentivi ma non ne approfitto perché trovo un trattore: una vecchia mountain bike Scott brutta ma comodissima.
Quest'anno Bruno mi convince ad andare con i suoi amici: io e un gruppetto di baldi giovani che mi staccano a ogni salita. Ogni sabato mattina si va a fare un giro diverso, all'inizio "ghè anca la dona" ma poi mi guadagno il rispetto quando inizio a staccare qualcuno. Matteo la prende un po' troppo sul serio e mi spiega le tattiche e dove stare per fare meno fatica quando si è a ruota. Si vede che fa l'allenatore! Mi propone di mettere la compatta, la prendo e in effetti in salita si sente la differenza! In pianura però manca qualche rapporto duro.
Poi iniziano a ricamare un po' troppo: in cima al passo Sommo, aspettando Stefano, Flavio mi sussurra: "Un'altra vittima". Loris dice che durante l'estate siamo rimasti sempre in meno, perché chi stava dietro a me preferiva ritirarsi.
Non vedo l'ora di salire di nuovo in sella!
1 commento:
Grande Ester! Grazie per aver condiviso questi ricordi!
Quando torni in sella? occhio che se vedi bianco in giro ora non è neve ma ghiaccio!! ;-)
laura
Posta un commento