Ho comprato un libro di storie degli "Indiani del nord America", come dice la copertina, o delle "prime nazioni", come si definiscono i nativi qui in Canada. È una edizione più recente di un libro del 1929, scritto per studiosi: vengono riportate le storie in modo asciutto, riprese da fonti diverse, e corredate da note (un terzo del libro) per facilitare le ricerche, ma non per spiegare il senso delle storie. Non mi dispiace che manchi l'interpretazione di un occidentale.
Mi sono accorta però di essere un po' spiazzata da queste storie, perché la trama spesso non segue una logica come la intendo io.
Sembra che manchino dei passaggi, come nella storia in cui gli dei organizzano una partita di lacrosse tra le creature "di sopra" e "di sotto"; l'eroe si trasforma in pino per poter assistere dalla montagna da dove anche gli dei guarderanno la partita, ma a un certo punto, eccitato dall'azione, di dimentica di essere un pino e torna in forma umana. Non è in pericolo perché gli dei non lo hanno notato, ma lui senza motivo a me apparente si arrabbia con loro e scaglia le sue frecce contro di loro.
A volte i fatti importanti sono raccontati in una riga scarsa: gli dei si vogliono vendicare e mandano l'acqua a inseguire l'eroe; la fuga e i pensieri dell'eroe sono raccontati nei particolari, creando tensione. L'eroe riesce a rifugiarsi su un albero, a cui chiede di crescere per metterlo al sicuro dalle acque che salgono, e nell'ultima riga la situazione si risolve: l'albero dice di non poter più crescere e il livello dell'acqua si ferma. E la tensione narrativa resta delusa dalla fine così rapida.
Talvolta non sono spiegate le motivazioni di ciò che succede: perché le donne che raccolgono patate selvatiche devono sempre essere rivolte in una direzione specifica, in una storia verso sud, nell'altra verso ovest?
Alcune storie sono violente: una ragazza sceglie di sposare un uccello perché le promette mari e monti, vola via con lui, ma deve vivere nel nido pieno di spifferi e mangiare i pesci che le portano gli uccelli. Il padre va a salvarla, uccide il marito-uccello e porta via la ragazza su una canoa, ma gli altri uccelli li inseguono e scatenano una tempesta. Il padre allora getta la figlia in acqua, ma lei si aggrappa alla canoa e il padre le taglia le dita, da cui nascono foche e animali acquatici. Lei diventa regina del mondo di sotto. Oppure dopo la nascita di due gemelli uno viene abbandonato in un albero dalla nonna, perché lei ama solo l'altro.
Mi ricordo che anche le storie ladine mi avevano colpito perché erano amare: i protagonisti finivano male, morti o trasformati in elementi naturali.
Io mi aspettavo storie per bambini ed ero abituata alle storie con il lieto fine, anche se questo probabilmente è stato sempre aggiunto in un secondo momento, come nel caso di Cappuccetto Rosso, che non veniva salvata dal cacciatore.
Invece forse dovrei mettermi in mente che queste sono storie mitologiche, non sono favole per bambini, ma una spiegazione dell'inspiegabile: come si è formata la terra, da dove vengono gli animali. Che la vita era difficile e non c'era quasi mai il lieto fine: le storie rispecchiano la vita. Che la violenza era necessaria per sopravvivere, era parte della vita. Che la logica che io ho in mente deriva da millenni di cultura greca, latina, italiana, e dalla mia formazione scientifica.
martedì 2 dicembre 2014
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