giovedì 10 luglio 2014

Riparto

Di nuovo.
Stavolta in modo diverso: in parte sto scappando. Le condizioni di lavoro qui in Italia mi sembrano incredibili per certi versi: all'università sembra che bisogna fare una gavetta eterna, e nemmeno quella basta, bisogna entrare nelle grazie di qualcuno ed essere fortunati a trovare la finestra giusta. Avere un posto per insegnare a scuola sembra più competitivo di una maratona olimpica: non basta una laurea e un'abilitazione, bisogna anche fare un concorso, se mai ce ne sarà un altro. Si sa però di avere le ali tarpate: il dottorato vale poco, l'insegnamento universitario nulla, mentre chi insegna da anni ha accumulato molti punti, forse giustamente, ma io sono sempre perplessa, dato che nessuno tenta mai di fare una valutazione obiettiva: basta veramente insegnare da anni per saper insegnare bene? Bisogna poi sperare che le assunzioni dei vincitori non vengano bloccate da un nuovo taglio. Tutto questo seminato di ricorsi, diffide, petizioni, sentenze: ricorso di chi non è abilitato ma insegnando da almeno tre anni dovrebbe essere equiparato a chi l'abilitazione la ha, ricorso di chi si è abilitato ma non può iscriversi in prima fascia, ricorso di chi non può iscriversi al concorso perché laureato dopo una data arbitraria, ricorso di chi non può passare alla fascia superiore appena conseguita l'abilitazione, diffida di una categoria ai sindacati dal ricorrere in difesa di un'altra categoria, petizione degli abilitati in modo più severo per il riconoscimento del valore del loro percorso selettivo, petizione dei docenti per la valorizzazione del merito, sentenza del TAR, della Corte Europea, e chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò per cosa? Per avere un lavoro in cui i colleghi spesso si guardano in cagnesco, chi non è adatto a quel lavoro non può essere licenziato, le istituzioni che dovrebbero difendere la scuola continuano a cambiare le regole, anche a posteriori, e il lavoro con i ragazzi, la parte più bella, resta in secondo piano. Resta l'azienda, e forse era la scelta migliore da fare fin da subito. Ma sono una sognatrice, non voglio mettere il profitto e la competitività davanti a tutto, non sopporto il segreto industriale, vorrei sentirmi un pochino utile alla società in quello che faccio.
E vado proprio per sognare: perché le persone che ho incontrato mi sono sembrate più semplici e aperte, perché al lavoro sembrano felici e motivati invece che stressati e arrabbiati, perché persone di culture diverse vivono insieme senza apparenti problemi e ognuno può essere quello che vuole, perché la qualità scientifica del dipartimento è decisamente di un altro livello, perché si lavora tanto ma ci si sente valorizzati.
Per svegliarsi da un sogno così c'è tempo.

1 commento:

il Gaizka ha detto...

Grazie per l'invito :)
Buon percorso Ester un abbraccio!