L'altro giorno pensavo a come si imparano
le lingue straniere, e mi sembra che l'insegnamento scolastico non sia molto efficace. Guardando la mia esperienza mi sembra di capire
che una lingua si impari solo quando si usa per qualcos'altro, quando è
un mezzo. Invece a scuola spesso gli insegnanti di lingua la
insegnano come se fosse il fine.
Forse non è così nel triennio finale, quando si studia letteratura in lingua originale, ma è un po' tardi, lo scopo mi sembra un po' troppo ambizioso per la media e interessa solo una parte degli studenti.
Se la lingua è l'obiettivo, studiarla diventa poco interessante, perché non si sa cosa farsene: si fa una gran fatica a costruire uno strumento complicato e delicato, facendo attenzione a mille sottigliezze e dettagli, ma poi non si sa per cosa usare lo strumento e non si ha la padronanza dello strumento in sè, ci si perde in coniugazioni, casi, tempi, desinenze. Se capita di andare all'estero o incontrare qualcuno che parla quella lingua, ci si sente frenati o incapaci, perché non allenati, perché abituati a dover parlare correttamente invece che in primo luogo a farsi capire, perché non si conoscono i vocaboli per trattare gli argomenti di cui si vorrebbe discutere.
La lingua però è un mezzo! Si impara perché serve. Lo scopo può essere pratico o idealista: comunicare, leggere un libro in lingua originale, pura curiosità, fascino per una certa cultura, interesse per una persona di madrelingua diversa...
Io ho imparato il tedesco vivendo in Germania. Prima avevo imparato solo la struttura, con tanta fatica. Avevo lo scheletro su cui poi ho tessuto la lingua. Ma era uno scheletro e sarebbe rimasto bianco e inerme se non avessi vissuto in Germania.
Anche nell'insegnamento della matematica succede qualcosa di simile? Penso di sì, in parte. Forse motivare a studiare matematica vuol dire anche questo, avere un obiettivo per cui la matematica è uno strumento potente.
Questa è una delle idee principali dei laboratori didattici: si presenta un problema, una situazione, gli studenti si appassionano e scoprono che per risolverlo serve la matematica. A volte si accorgono solo a posteriori di aver "fatto" matematica. La fanno loro in prima persona. La usano anche se magari è "sporca", non del tutto corretta, comunicata informalmente. Ma intanto è viva e cresce. Come quando si impara una lingua e si sbagliano gli accenti, le desinenze, la costruzione della frase. Col tempo e l'esercizio si aggiusta il tiro. L'importante è tenere viva la lingua!
Forse non è così nel triennio finale, quando si studia letteratura in lingua originale, ma è un po' tardi, lo scopo mi sembra un po' troppo ambizioso per la media e interessa solo una parte degli studenti.
Se la lingua è l'obiettivo, studiarla diventa poco interessante, perché non si sa cosa farsene: si fa una gran fatica a costruire uno strumento complicato e delicato, facendo attenzione a mille sottigliezze e dettagli, ma poi non si sa per cosa usare lo strumento e non si ha la padronanza dello strumento in sè, ci si perde in coniugazioni, casi, tempi, desinenze. Se capita di andare all'estero o incontrare qualcuno che parla quella lingua, ci si sente frenati o incapaci, perché non allenati, perché abituati a dover parlare correttamente invece che in primo luogo a farsi capire, perché non si conoscono i vocaboli per trattare gli argomenti di cui si vorrebbe discutere.
La lingua però è un mezzo! Si impara perché serve. Lo scopo può essere pratico o idealista: comunicare, leggere un libro in lingua originale, pura curiosità, fascino per una certa cultura, interesse per una persona di madrelingua diversa...
Io ho imparato il tedesco vivendo in Germania. Prima avevo imparato solo la struttura, con tanta fatica. Avevo lo scheletro su cui poi ho tessuto la lingua. Ma era uno scheletro e sarebbe rimasto bianco e inerme se non avessi vissuto in Germania.
Anche nell'insegnamento della matematica succede qualcosa di simile? Penso di sì, in parte. Forse motivare a studiare matematica vuol dire anche questo, avere un obiettivo per cui la matematica è uno strumento potente.
Questa è una delle idee principali dei laboratori didattici: si presenta un problema, una situazione, gli studenti si appassionano e scoprono che per risolverlo serve la matematica. A volte si accorgono solo a posteriori di aver "fatto" matematica. La fanno loro in prima persona. La usano anche se magari è "sporca", non del tutto corretta, comunicata informalmente. Ma intanto è viva e cresce. Come quando si impara una lingua e si sbagliano gli accenti, le desinenze, la costruzione della frase. Col tempo e l'esercizio si aggiusta il tiro. L'importante è tenere viva la lingua!
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