martedì 8 settembre 2015

Com'è finito lo sciopero

Lo sciopero dei dottorandi dello scorso inverno e durato un mese è stato un fallimento rispetto agli obiettivi che si erano posti. L'arbitro a cui è stata affidata la decisione, dopo che università e sindacato non avevano trovato un accordo, ha optato per il più recente contratto proposto dall'università, che era stato respinto da un voto dei dottorandi. Il contratto prevede, a parte piccole modifiche rispetto a quello passato, l'istituzione di un fondo che il sindacato dovrà gestire per portare il pacchetto di finanziamento dei dottorandi a livelli più vicini alla soglia di povertà. È stata stabilita l'entità totale del fondo, ma non crescerà al crescere del numero dei dottorandi. Non si sa se il sindacato dividerà il totale per il numero di dottorandi o preferirà aumentare la borsa a chi prende meno (materie umanistiche; a matematica il dipartimento integra già la borsa dell'ateneo). I dottorandi che conosco non sono troppo ottimisti sulle capacità e la buona fede del sindacato, ma non fanno nulla per recuperare un po' di controllo sui responsabili: non sanno nemmeno quando sono state le ultime elezioni dei rappresentanti, come funzionano e chi decide.
Mi ha fatto impressione la leggerezza con cui l'università ha lasciato accadere tutto questo, in particolare per gli effetti sugli studenti: alcuni corsi delle lauree hanno subito interruzioni o sospensioni delle esercitazioni; alcuni cambieranno l'esame finale in quiz a risposta multipla; gli studenti avranno la possibilità di abbandonare i corsi senza incorrere in penalità anche dopo aver visto gli esiti degli esami. In sostanza gli studenti ci hanno rimesso: hanno imparato di meno, avranno esami più facili e potranno rifiutare il voto. Sembra però che all'università questo non interessi.
Lo sciopero è stato poco visibile secondo i canoni a cui sono abituata. Non si può manifestare nè lasciare volantini all'interno degli edifici, perché sono proprietà privata. Non si può stare fermi sul marciapiede, per cui il picchetto davanti all'entrata del parcheggio era composto di persone che camminavano avanti e indietro per cinque metri. La polizia osservava ma non li poteva far spostare.
Sembra che chi era in sciopero avesse timore di disturbare: i dottorandi del dipartimento di matematica hanno scritto una lettera aperta ai membri permanenti per chiedere di non sostituirli nel lavoro (ovvero correggere compiti ed esami), ma hanno chiesto di firmarla solo a chi sapevano essere d'accordo. Così i firmatari sono una quarantina su circa 140 dottorandi. I dottorandi non hanno chiesto il supporto nè dei post-doc nè di membri del dipartimento. Alcuni professori di altri dipartimenti e due emeriti di matematica hanno firmato una lettera aperta in supporto al sindacato, ma pare che nessuno abbia avvisato tutti i membri dell'esistenza di questa lettera.
Mi ha anche impressionato il fatto che chi ha scioperato sarà comunque pagato il 92% nel periodo dello sciopero, perché a quanto pare è previsto nel protocollo di "ritorno al lavoro". Alla fine sembra un affare: oltre allo stipendio quasi intero chi ha partecipato ai picchetti ha avuto la paga dal sindacato.
Da questo e altri punti di vista i dottorandi sono iperprotetti: per esempio non vengono valutati e non possono perdere il lavoro (fare esercitazioni) se non sono in grado di svolgerlo.
L'università sta anche prendendo provvedimenti per evitare che accada di nuovo un caos simile nei corsi. Chissà perché le contromisure non comprendono un contratto decente, ma l'agglomerazione di corsi a più sessioni (di cui molte tenute da dottorandi e post-doc) in un'unica sessione affidata a un lecturer, cioè un docente permanente. I lecturers però faranno di tutto per evitarlo perché pensano che non sia una buona pratica didattica e perché credono che una classe con mille studenti sia ingestibile.

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