mercoledì 16 dicembre 2015

Il lungo esilio

Grazie a The Long Exile, scritto da Melanie McGrath e comprato in un negozio di libri usati, ho imparato cosa sono i qalunaat, un qulliq, un umiak, un komatik. Ma soprattutto ho imparato una parte di storia che ignoravo.
Dopo un inizio un po' romantico con la storia del film Nanook of the north, girato negli anni '20 e che si può guardare online, il libro racconta avvenimenti molto più seri.
Nel 1953 il governo canadese mandò più di una decina di famiglie Inuit da Inukjuak, Quebec, e da Pond Inlet nel profondo nord, creando insediamenti a Grise Fiord (il posto abitato più a nord del mondo) e a Resolute Bay. Ufficialmente la motivazione era di spostare persone da aree che erano troppo sfruttate per la caccia (cosa falsa) e riportare gli Inuit allo "stile di vita originario". In realtà gli insediamenti sulle isole di Ellesmere e Cornwallis dovevano dare corpo alle rivendicazioni territoriali del Canada. Le persone deportate (ufficialmente "rilocate") avevano ricevuto false promesse riguardo alla possibilità di tornare a casa loro dopo due anni e non erano state informate sulle condizioni a cui andavano incontro (a Grise Fiord la notte invernale dura 4 mesi). Erano state convinte a partire con l'inganno: le giubbe rosse gli avevano detto che i loro parenti avevano già accettato di partire. In quei luoghi remoti una nave arrivava con rifornimenti e medici una volta all'anno. Non c'erano scuole. L'equipaggiamento degli Inuit non era adatto alle condizioni estreme: non avevano abbastanza vestiti, tende, cani, slitte e attrezzi per la caccia. Dopo una decina d'anni il governo ha mandato dei prefabbricati per costruire delle case. Fino ad allora gli Inuit hanno vissuto d'estate nelle tende e d'inverno negli igloo e nelle case di terra.
Dopo quarant'anni, nel 1993, è stata istituita una commissione per far luce sulla vicenda e in seguito è stato creato un fondo per sostenere, risarcire e far tornare le famiglie e i loro eredi. Ma nel frattempo i più hanno fatto la fame per anni, non hanno potuto nemmeno sentire i parenti per telefono, qualcuno è impazzito, qualcuno si è suicidato, due bambini sono morti mentre pescavano per mangiare (ufficialmente "sono scivolati in acqua mentre pescavano"), un terzo dei bambini nati nei due insediamenti dal '53 al '62 nel 1993 era già morto, a Resolute Bay gli Inuit hanno finito per lavorare nella base aerea e per spendere lo stipendio in alcol, le donne sono diventate il divertimento dei militari.
Il trattamento riservato agli Inuit, che pure formalmente erano cittadini canadesi, fa rabbrividire. Gli Inuit dovevano portare una targhetta identificativa di pelle, con impresso il loro numero di riconoscimento. Si voleva che vivessero in modo tradizionale e non pesassero sul welfare canadese. Però gli si vendeva fucili e altri beni necessari a prezzi gonfiati, gli Inuit impiegati per le pulizie nelle stazioni radio, nelle basi militari o da Hudson's Bay erano mal pagati e maltrattati. Il prezzo delle pellicce, che i bianchi compravano da loro, oscillava, rendendo il guadagno difficile da prevedere. Le persone malate e non curabili sul posto (la tubercolosi era diffusa) venivano trasportate negli ospedali e sanatori del sud, dove spesso rimanevano anni. Al ritorno, i bambini non sapevano più parlare Inuktitut perché gli era stato proibito. Molti bambini e ragazzi sono stati mandati nei collegi del sud e sono stati sradicati dalla loro cultura.
Solo nel 2010 il governo ha chiesto ufficialmente scusa. 
Sembra impossibile che tutto questo sia successo in Canada, dove oggi ognuno sembra benvenuto (purché sia ricco, o istruito, o possa in qualche modo portare qualcosa al Canada). Forse è proprio la parte tra parentesi che ha reso possibili queste cose spaventose.

Nessun commento: