martedì 16 febbraio 2016

Due libri canadesi

Gli ultimi due libri che ho letto sono di autori canadesi: Lullabies for little criminals di Heather O'Neill e Indian Horse di Richard Wagamese.
Sono entrambi romanzi, ma quello che raccontano è realtà.
Il primo parla di una ragazzina che vive a Montreal con il papà tossicodipendente e viene adescata da un magnaccia. La storia è scritta dal punto di vista ingenuo e innocente della ragazzina, che vede cose che non conosce e non sa che sarebbe meglio evitarle. Mi sembrava un libro su situazioni di vita estreme, ma dopo aver letto questa inchiesta di un giornale di Toronto ho cambiato idea. Dall'inchiesta emerge che migliaia di ragazze nei dintorni di Toronto sono vittime di traffico, costrette alla prostituzione e tenute come schiave. Ragazze reclutate tra i 12 e i 25 anni: ad alcune il magnaccia fa credere di essere fidanzati, vende loro un sogno di un matrimonio e una casa, e a un certo punto chiede loro di contribuire per il 50%. Ma poi finiscono schiave, usate e a volte anche tossicodipendenti.
Il secondo libro racconta la storia di Saul, un ragazzo Ojibwe, che da piccolo vive nei boschi con la famiglia. Dopo che la scuola residenziale gli porta via due fratelli e l'impatto culturale dei bianchi fa sparire i suoi genitori, forse vittime dell'alcolismo, Saul, rimasto solo, viene portato in una scuola residenziale. Qui la sua salvezza è l'hockey, portato da uno dei religiosi. Grazie allo sport il ragazzo sopravvive psicologicamente ai maltrattamenti, agli abusi, all'oppressione della sua cultura e ai soprusi dei religiosi sui suoi compagni, ai divieti e alle regole ferree della scuola. La sua bravura nello sport gli dà l'occasione di andarsene dalla scuola e di essere adottato da una famiglia che vive in una riserva, cominciando così una nuova vita.
Molto efficace è la descrizione, non teorica, ma tramite fatti e comportamenti, delle emozioni e dei punti di vista dei nativi rispetto alle novità portate dai bianchi. L'altro punto forte della narrazione è il significato dato allo sport, che condivido pienamente: non un mezzo per raggiungere fama o denaro, ma un'attività che mette pace dentro di noi e che tira fuori il meglio: l'ospitalità verso le squadre in trasferta, la cooperazione tra compagni di squadra, l'impegno negli allenamenti, l'impegno di tutta la comunità per preparare il ghiaccio, la competizione sana e non violenta, la semplicità di uno spogliatoio condiviso tra le squadre e di una pista fatta a mano, il supporto del pubblico, sempre ai bordi della pista anche con 30 gradi sotto zero. Per Saul l'esperienza nello sport ad alto livello è devastante: spogliatoi e piste sono asettici, i tifosi insultano i giocatori delle squadre avversarie, i giocatori si picchiano, la stampa incita commenti e comportamenti antisportivi.
Saul non pensa con rimpianto all'aver rinunciato a giocare nelle massime serie, ma come una decisione naturale: se lo sport non dà serenità, ma al contrario tira fuori il peggio, è meglio smettere di praticarlo.

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